La storia di Lucio Battisti è un po' la storia della canzone italiana tra gli anni Sessanta e Settanta, quando il giovane cantautore abitua il pubblico ad una continua presenza in vetta alle classifiche discografiche (nel 1970 le canzoni del disco Emozioni restano ai primi posti per ben 44 settimane e il primato si ripete nel 1971 con Pensieri e parole).
In un periodo, quello, nel quale si usa classificare se si è di destra o di sinistra, lui viene classificato di destra, ma i suoi dischi vengono ascoltati da tutti e soprattutto da quelli di sinistra, forse per il noto principio che "il personale è politico" e non c'è nessuno che esplori e canti il "personale" più di Battisti (e che sia ascoltato anche a sinistra, e parecchio, lo dimostra il fatto che il regista Nanni Moretti canti spesso nei suoi film Amore caro amore bello, portato al successo da Bruno Lauzi).
Ha un volto quasi imberbe, i capelli ricci gli circondano la testa, le labbra sono infantili. E quando canta mostra timidezza e sofferenza, mentre la sua voce un po' afona e stridula nelle note alte suggerisce difficoltà di crescita, adolescenziale incapacità di inserimento.
Ma la musica? La musica è nuova, si richiama al Rhythm and blues che in quegli anni sta dilagando in Europa, e le sue composizioni si segnalano per una costruzione ardita, con improvvisi rallentamenti e ritorni di ritmo, con iterazioni che niente hanno a che vedere con la tradizione italiana di strofa-ritornello-inciso, ma al tempo stesso esplodono in ampie volute melodiche che aprono orizzonti azzurri, e temporali che si placano, e schiarite che placano il cuore: «Tu chiamale, se vuoi, emozioni…».
Certo, mai come in questo caso si sente la presenza di un grande autore di testi, vale a dire il signor Mogol, alias Giulio Rapetti. Se nasca prima la musica delle parole o se siano queste a far nascere la musica non si sa. E del resto poco importa. E dunque, ciò che conta è che grazie a Mogol, Battisti sembra riassumere i problemi di una generazione che esce dalle lotte degli anni '60, che ha perso tutta una serie di riferimenti e si trova a vivere quello che viene chiamato "riflusso" e che Hollywood, in un film cult, ribattezza "il grande freddo".
Singolare la vicenda personale di Battisti. Mentre cominciano i revival degli anni '60, lui non intende vivere sugli allori, cambia musica e parole (adottando un nuovo autore, Pasquale Panella) e soprattutto non si fa più vedere, come Mina, come la Garbo. Potrebbe guadagnare miliardi mostrandosi in concerto o nelle televisioni, ma si guarda bene dal farlo (comunque i miliardi li guadagna lo stesso). Potrebbe continuare a esplorare i sentimenti, a scrivere canzoni di largo consumo. Invece scompare, diventa mito, leggenda. Allora lo accusano di fare il prezioso, di alimentare la sua popolarità proprio grazie al rifiuto di mostrarsi.
E se invece qualcosa si è veramente spezzato? E se invece è davvero stanco di acque azzurre ed acque chiare? E se davvero, da artista, non vuole ripetersi, né vivere sugli allori, ma sente il bisogno di andare avanti, rompendo con il passato?
Un giorno arriva la notizia del suo male, insieme con quella del ricovero in un ospedale milanese. E la sua assenza si nutre di altre motivazioni. Muore col morire del secolo senza che nessuno possa vedere com'è cambiato e come si è fatto vecchio. Anche questo è un modo per restare adolescenti. Eternamente.
La morte precoce lo accomuna ad altri cantanti, a Enrico Caruso, a Fred Buscaglione, a Luigi Tenco, a Claudio Villa, a Domenico Modugno, quasi a ricordarci che anche gli artisti più popolari sono uomini come noi.
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