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LA RIVOLUZIONE 1 «Ma in che consiste, insomma, la rivoluzione di Battisti? Consiste nell'inserire sul tronco della canzone di consumo moduli e stilemi da "canzone politica". Per dirla diversamente, nel rendere la canzonetta molto più inquieta e inquietante… Nel momento stesso in cui entrava in crisi la canzone politica, per uno strano meccanismo di compensazione, finiva col permeare anche la canzone commerciale: quello che si è perso in profondità si è guadagnato in estensione» Gianni Borgna, Storia della canzone italiana, 1993. UN CANTANTE COSI' COSI' «"Bob Dylan è un ribelle; io canto la vita solamente come la vedo". Le sue canzoni sono strane, anticonformiste e trattano soprattutto dei problemi dei giovani. Il più giovane idolo italiano, numero uno nelle classifiche del 1971, è un chitarrista eccellente e personale e un notevole compositore (meno bravo è come cantante)» Mercedes Arancibia, Gran enciclopedia de la musica 1900/1973, Madrid. LA RIVOLUZIONE 2 «L'opera di Lucio Battisti ha svolto un ruolo decisivo per la musica italiana. Il suo lavoro, per certi aspetti, ha avuto il senso di rivoluzione, che ha definitivamente cambiato le regole del gioco del nostro mercato. Il suo timbro di voce quasi rauco e la scarsa estensione potevano costituire dei limiti addirittura insormontabili per la sua carriera di interprete. Invece Battisti li ha trasformati in un inimitabile registro espressivo fertilissimo di istanze innovative. È stato il primo artista italiano, e per molti anni l'unico, ad aver realizzato una sintesi felice e compiuta tra la canzone italiana e l'espressione della cultura rock. La sua grande intuizione è proprio in questo lavoro di sintesi che gli ha permesso di innovare senza provocare traumi nel gusto del pubblico» Paolo Biamonte, Il dizionario della canzone italiana, 1988. PIACE PERCHE' 1 «Battisti piace perché incarna la categoria del "moderno". La "modernità" permette di assumere il comportamento e il linguaggio del nuovo senza costringere mai a una effettiva modificazione della propria realtà, a una trasformazione reale della vita e dei propri rapporti con essa» Patrizia Violi, Canzoni per tutti e per nessuno, in Lucio Dalla, 1977 PIACE PERCHE' 2 «Piace perché è semplice, Battisti; usa parole e stati d'animo cuciti su misura per un pubblico interclassista, di età, cultura e ruolo sociale al massimo disomogeneo; Battisti, a differenza di altri artefici del successo della nostra canzone nazional-popolare, si può fischiettare, anche nelle frasi musicali e banali riesce personale, resta impresso nella memoria secondo un processo efficacissimo di penetrazione e di affermazione…» Enzo Gentile, Guida critica ai cantautori italiani, 1979 UNA VOCE PENSATA «Una voce pensata, costruita, cercata. Spesso la voce delle 6 del mattino, quando ti ritrovi in gola timbri che di solito non hai: soffocati, ricchi di profondità, pieni di residui di fumo della sera prima, ansiosi di caffè. Una voce che Battisti, quando è in sala d'incisione, aspetta spesso per giorni» Gianfranco Manfredi, cantautore IL MITO «Il mito è una parola, ha scritto Roland Barthes, e le parole che Lucio Battisti ha diffuso nell'immaginario di due generazioni sono ormai passate dalla storia al mito. "Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi…" diventa un biglietto da visita per facilitare la comunicazione tra chi ha oggi (1990) trenta, quaranta, ma anche venti e cinquant'anni…» Paolo Prato, i dischi del Dizionario della canzone italiana PERCHE' SI NASCONDE «E Lucio Battisti? Hanno a che fare le sue canzoni con l'adolescenza? Altroché. Lo si sa. Lo si è detto. È spiegato molto bene nel volume "I nostri cantautori" di Gianfranco Baldazzi, Luisella Clarotti, Alessandra Rocco ("Thema editore", 1990). Egli "ha dato corpo al romanzo dell'adolescente italiano", dicono. Ha espresso "le esigenze adolescenziali insopprimibili e primarie", aggiungono. Si comincia a capire meglio, allora, la reazione eremitica di Lucio Battisti: "Seguir con gli occhi un airone sopra un fiume e poi/ritrovarsi a volare/e sdraiarsi felice sopra l'erba ad ascoltare/un sottile dispiacere...". Tu mondo degli adulti, tu mondo importante, ufficiale, ti sei fatto invisibile. Per di più impenetrabile. Per di più incomprensibile. Dei miei aironi, del mio fiume non ti importa niente. I miei sottili dispiaceri ti lasciano indifferente. Allora sai che cosa ti dico? Mi rendo invisibile anch'io. Ti rendo la pariglia». Beniamino Placido, La Repubblica, 1991 UNA LINEA ITALIANA «Ognuno dei cantautori delle nuove generazioni deve qualcosa a Battisti: egli è stato l'unico a plasmare le nuove tendenze rock anglosassoni ed americane non disperdendosi in scopiazzature superficiali ma forgiando, grazie ad una sensibilità musicale di primissimo ordine, una linea "italiana", autoctona, che doveva col tempo costituire la linfa vitale ed il seme indispensabile per la nascita di tutti i successivi contributi…» Renzo Arbore, Il nuovo dizionario del rock, 1981 UN CANTANTE PER AMICO «La morte di Lucio Battisti è un grande e profondo dispiacere popolare. Che cosa significhi "popolo", oggi, non è più ben chiaro. Nel caso, però, è chiarissimo: significa che molti milioni di italiani di ogni ceto sociale e di almeno due generazioni hanno cantato le stesse canzoni. C'è una chiave, in ogni bella canzone e in tante di Battisti, che ci apre e ci scioglie come fossimo prigioni di burro. Se almeno in queste ore, piuttosto che contenderci le spoglie della sua voce come già avviene (si ascoltano pareri stonati come rivendicazioni), riuscissimo a parlare di questa comune tenerezza, di questo esserci arresi tutti insieme alla stessa cosa, potremmo imparare qualcosa di più su ciascuno di noi. Nel rimescolo di pensieri che la morte del vecchio ragazzo Lucio suscita, nessuno può davvero orientarsi se non accetta di inchinarsi ai sentimenti più banali, banali come le canzonette. Il ricordo di un amore, il primo bacio, la prima automobile, i compagni di scuola, una vacanza, una chitarra, una tenda, un falò sulla spiaggia, la classica e - giustamente - sbeffeggiatissima gita in pullman, e su tutto la giovinezza che sfuma (ad libitum, come era scritto nell'ultima riga dei vecchi spartiti), e va a morire silenziosa nel letto di un grande ospedale. […] È con Battisti che abbiamo cominciato a farlo [il cantare] modernamente, contagiati da quella voce esile e (finalmente) non retorica, persuasi dalla melodia che rimaneva ariosa, aperta, italianissima, ma più curiosa e libera, come se avesse finalmente viaggiato, e lavato i panni lontano da Marechiaro. Erano gli anni del beat e dei Beatles, seconda metà dei Sessanta. Chitarre, batterie, capelli lunghi, Battisti ne sbucò fuori perfettamente in linea con il ritmo dei tempi, ma con una sua inconfondibilità smagliante. Era così insolito da sorprendere ad ogni canzone, ma così solito da farla ricordare a chiunque al primo ascolto, e non saprei definire in altra maniera la qualità del genio nell'evo della riproducibilità tecnica: rimanere unico e insieme diventare, all'istante, di chiunque. E poi, soprattutto, cantava in italiano, aiutandoci a metabolizzare davvero, e definitivamente, quel salto d'epoca, quello scatto di vitalità che Beatles, Stones e Dylan ci avevano fatto balenare davanti, ma in una lingua ancora poco conosciuta, l'inglese, che per noi era suono ma non significato. Le parole di Battisti, invece, si capivano due volte bene. Perché era italiano e perché le scriveva Mogol, paroliere abilissimo, fantasioso e "facile" tanto quanto, in parallelo, fiorivano i testi "difficili" dei cantautori. La biforcazione tra canzonetta e canzone colta fu in quegli anni netta e anche traumatica, riflettendo la medesima spaccatura tra impegno e disimpegno che divideva la società e specialmente la gioventù. Di qui (non certo dal fragile pettegolezzo, ieri nato dalla bigottaggine della sinistra e oggi scioccamente riecheggiato a destra, che voleva Battisti "fascista") la solida collocazione di Lucio in un suo mondo a parte, nettamente separato da quello dei grandi cantautori come De André, Guccini, De Gregori, Dalla, Vecchioni e più tardi Fossati e Conte. Non è affatto vero che questa differenza, ancorché ben percepita, abbia generato, nel pubblico, una qualche discriminazione (addirittura "politica"!) nei suoi confronti. Ogni ragazzo con chitarra aveva in repertorio, non appena compiuto il minimo apprendistato del giro di do, parecchie canzoni di Battisti. Nelle Renault 4 dei capelloni come nei juke-box di paese, nelle feste di liceo o nei lunghi pomeriggi post-scolastici di stracco studio anche chi sapeva a memoria Contessa e Bocca di rosa e bazzicava Brassens, Brel e addirittura Il disertore di Vian, suonava e cantava anche Battisti, comperava i suoi dischi, e nei quadernetti dove i tanti orecchianti annotavano testi e accordi, le canzoni di Mogol-Battisti non mancavano mai, proprio mai. (Ammesso e concesso che chi scrive sia stato, in quegli anni, tipicamente ragazzo di sinistra, sono in grado, oggi, di sfidare in un pubblico duello, chitarra alla mano, chiunque perseveri nella buffa teoria che Battisti fosse all'indice, o ci si vergognasse di amarlo. So eseguire ancora oggi, quasi correttamente e a memoria, almeno una ventina di sue canzoni. Ed è allora che le ho imparate per tutta la vita, non certo adesso che non imparo quasi più niente... Verissimo è, invece, che Mogol-Battisti sono stati consumati e amati per altre vie, rispetto a quelle, fermamente intellettuali, della canzone d'autore. Posto che il secondo tipo di legame, quello intellettuale, non ha proprio niente di spregevole o ridicolo (si sono lette, ultimamente, incongrue polemiche che riecheggiavano l'antico sprezzo per il culturame...), quello che è davvero affascinante capire è quali siano, queste "altre vie" che hanno trascinato la musica di Battisti ovunque, come in un sorvolo indifferente alle barriere di cultura e di gusto. […] Battisti ci ha preso, quasi uno per uno, ciascuno nella propria vita e nella propria storia, così tante volte da farne, indiscutibilmente, il più grande compositore e cantante di canzonette che l'Italia abbia mai avuto. La sua misteriosa vita non ci permette di sapere se questo, umanamente, gli sia bastato. Certo qualche malumore, qualche insoddisfazione dovette toccarlo, se è vero che, rotto il sodalizio con Mogol, cercò di alzare tono e ambizioni scrivendo, con il poeta Pasquale Panella, quattro dischi ostici, cifrati, scostanti (almeno il primo dei quali, Don Giovanni, resta però un capolavoro assoluto, con buona pace dei nemici dell'intellettualismo). Si confermò grande musicista e ineguagliabile cantante (ah quella voce, quella voce acerba, selvatica, intonatissima, da eterno ragazzino con il cruccio di vivere), ma non riuscì a ripetere quel sorvolo inarrestabile sopra ogni casa, ogni bar, ogni automobile, ogni coppia in amore». Michele Serra, La Repubblica,10/9/98 |
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