Lo studio di Benito Jacovitti è grande 30 metri quadri scarsi. E come nel settecentesco Viaggio attorno alla mia camera di Xavier de Maistre, tutto si compie all'interno di quel perimetro, o meglio all'interno di un foglio di carta porosa esplorato dal pennino Perlier intinto nella boccetta d'inchiostro nero. Su quel foglio si scatena e prende forma una fantasia inesauribile che con accanimento quasi feroce copre tutti gli spazi disponibili, incurante delle regole della verosimiglianza, che, ad onor del vero, hanno sempre poco interessato i disegnatori di fumetti, specialmente i più bravi.
Dice lo stesso Jacovitti: "C'è qualche rapporto con la pittura fiamminga, e in special modo con Bruegel. C'è il brulichio della vita che si ritrova nelle mie tavole. E poi qua e là spunta l'assurdo: il diavolo, il deforme".
Il che, tradotto nel linguaggio grafico jacovittiano, vuol dire salami interi o a fette, con le ali o con le ruote, con sciarpa e calze a strisce, ossi, macinini da caffè, tazzine, vermi, dentiere, pettini, uomini senza gambe o con una gamba di troppo, donne poppute oltre ogni misura e gnomi minuscoli, eccetera eccetera eccetera. E in coda a tutto la personale lisca di pesce a colmare definitivamente tutti i bianchi della pagina in un parossistico desiderio di eliminazione di ogni spazio vuoto, visto come entità terrorizzante perché su di esso non si può esercitare l'insopprimibile urgenza e necessità del creare.
Qualche critico ha scomodato la psicanalisi, parlando in questo caso di "horror vacui, terrore del vuoto". Qualcun altro potrebbe diagnosticare la "sindrome da Creatore" (proprio con la maiuscola!) che prende il disegnatore solitario di fronte al foglio bianco. A domanda Jacovitti risponde: "Non mi piace sprecare la carta! Io non penso mai alla sceneggiatura delle mie storie. Attacco la prima tavola e parto con un titolo vago e generico. Poi le cose vanno avanti da sole. Lascio spurgare dalla mente e butto giù quel che viene. Disegno la scena principale e intanto rifletto: io stesso non so che cosa succederà. Mentre rifletto disegno una matita con la lingua di fuori, poi un dialogo fra cestini, o faccio un prosciutto in fuga". E poi più filosoficamente aggiunge: "L'umanità è un corpo unico. Io vivo come parte di questa umanità totale. Vivo nel presente, l'unica cosa che esiste. Nello spazio ogni punto è il centro. Nel tempo qualunque momento è il presente, è infinito". C'è una vaga reminiscenza del panteismo bruniano (nel senso di Giordano Bruno) che nello spazio finito delle tavole di Jacovitti si trasforma in micro-macrocosmo di segni, forme e colori fissati tutti in una volta, sincronicamente.
E, quando spinto dall'incedere dell'età, comincia a porsi i problemi del "dopo la vita" confessa: "Ho paura del nulla. Quando cominci a capire che di là non c'è nulla, inizia la paura. Quando cominci a entrare nel nulla... Questo mi fa paura. Quindi, continuerò a disegnare nell'aldilà".