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Il primo segno di un'appartenenza politica di Benito Jacovitti sembra risalire addirittura all'infanzia. Ecco cosa ricorda di quell'episodio in un'intervista il grande Jac: "A sette anni avevo disegnato il trasvolatore atlantico Italo Balbo, un vero eroe di quei tempi, con al posto dei fasci, nelle mostrine della divisa, due falci e martello. Non so perché lo feci: era un fatto grafico, mi piaceva. Mio padre, che non s'era accorto del pasticcio, portò alla casa del fascio il disegno. Certamente non fu ben accolto". Un segno del destino, si direbbe, per un uomo che è stato sempre collegato a uno schieramento di destra, se non addirittura decisamente fascista, e che invece era politicamente solo una contraddizione vivente, un paradosso simile a molti dei suoi personaggi e delle sue storie: anarchico e reazionario, liberale e antidivorzista, capace di elaborare, con un malinteso "qualunquismo" che in realtà era moralismo a tutto campo, battute antifasciste come "Eja, eja baccalà!" e anti-movimento studentesco come la memorabile "Raglia, raglia, giovane Itaglia", che gli costò la collaborazione con "Linus". Ma, da giovane, Jacovitti ebbe a subire un'altra contestazione. Ecco come la racconta egli stesso: "Nel '42, avevo 19 anni, lavoravo al Vittorioso e proprio per non rimanere indietro col lavoro ho saltato qualche adunata del sabato fascista. Insieme ad altri, i fascisti ci portarono in una stanza e ci picchiarono di santa ragione. Mio padre protestò alla casa del fascio. Alla fine della guerra mio padre tornò comunque al Msi". E qualche simpatia per il Movimento Sociale Italiano deve averla nutrita anche il Benito (nomen omen?) Jacovitti se regalò all'allora segretario missino Michelini un disegno per la sua campagna elettorale. C'è però da aggiungere che, con la "doppiezza paradossale" che lo ha sempre, e non solo politicamente, contraddistinto, partecipa a campagne elettorali di altri partiti. Però afferma: "Dalla Dc invece mi sono fatto pagare molto perché i soldi loro li avevano. Già fregavano. Ai radicali poi ho dato i miei disegni per la raccolta di fondi". Certo è che lavorando al "Vittorioso", inventato da Luigi Gedda, potente presidente dell'Azione Cattolica e anticomunista viscerale impegnato nei famigerati Comitati civici, Jac fu coinvolto anche nella rovente campagna elettorale del 1948, quella che vide muro contro muro la Democrazia Cristiana, poi vittoriosa, e il Fronte Democratico Popolare delle sinistre, sconfitto. Nonostante la seriosità e la violenza grafica di "quei - dice lo stesso Jacovitti - bruttissimi manifesti: i forchettoni inventati dai comunisti che con quarantacinque anni di anticipo avevano previsto il futuro della DC e quell'orrendo soldato russo ritratto dagli avversari mentre addentava bambini e si abbeverava all'acquasantiera di San Pietro", il Nostro riesce, da falso obbediente e da vero bastian contrario, a fare sempre a modo suo: disegna manifesti "ortodossi", ma si riserva piccoli spazi di ironica protesta. Ecco cosa, con mal celato orgoglio sbarazzino e burlatore, ricorda: "In un caso la combinai grossa: nell'angolo di un disegno che serviva per la campagna elettorale scrissi 'Abbasso il Papa' e poi nascosi la frase sotto il nero. Solo che al momento di stendere il colore, che allora si dava dal retro, la scritta apparve in controluce ed io venni subito mandato a chiamare. Dissi che doveva trattarsi del dispetto di un nemico. Io cercavo di alleggerire l'atmosfera pesante che si respirava fra cattolici e sinistra, cercando di fare cose divertenti, senza istigare all'odio". Ma nel 1950 è ancora all'opera per la Democrazia Cristiana: "Disegnai qualche manifesto. Un fratacchione, ricordo, col suo bastone. Un mazzo di carte da gioco napoletane dove prendevo di mira i fascisti grazie all'associazione manganello-bastoni, e i comunisti, con l'elsa delle spade che diventavano i baffoni di Stalin. Togliatti s'infuriò, fece un'interrogazione alla Camera. Nel frattempo i fascisti mi minacciavano al telefono ed io cercavo di rabbonirli ricordando loro che mi chiamavo Benito. Anzi Benito Francesco Giuseppe Antonio, tutti nomi di dittatori. Mancava solo Adolfo". E alla domanda, quasi un po' spazientita, di Carlo Galeotti "Ma insomma lei è un disegnatore di destra?" ineffabilmente, alla sua maniera che tutto accetta tranne la coerenza, risponde: "Mi piacciono Fini e Berlusconi. Ma va ricordato che ho lavorato, sempre gratuitamente, per giornali come il Male, Cuore e Tango. Nei primi anni del dopo guerra ho votato Dc, poi sempre liberale. Di recente ho votato per Berlusconi. Bossi non lo posso vedere. D'Alema invece mi va bene perché non è più comunista". Ma il ricordo più "pericoloso" è quello su Mussolini: "L'ho conosciuto. È venuto a battere il grano nel mio paese. A sei anni gli scrissi una lettera. 'Caro duce io mi chiamo come te. Quando tu morirai - gli dissi - io prenderò il tuo posto'. Mi rispose: 'Stai tranquillo, io vivrò a lungo'. Poveretto, ha fatto una brutta fine". Per esaurire l'argomento, va ricordato che nel 1982 il museo della Satira politica e della Caricatura di Forte dei Marmi, istituzione notoriamente di sinistra, assegna al Nostro il prestigioso "premio alla carriera". E così il cerchio, concordia discorso convergenze parallele, si chiude. |
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