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Se si volesse ritrovare una radice unica dell'arte di raccontare di Jacovitti, questa potrebbe essere rappresentata dal gusto di rovesciare gli archetipi (che, nel caso dei fumetti, spesso risultano degli stereotipi) in forme dissacratorie ma in qualche modo plausibili. Come dire, cioè, che nel ribaltamento, più che esercitare un diritto totale di satira (e quindi, in qualche modo, di giudizio morale negativo), il Nostro afferma l'esistenza di un mondo parallelo che dal primo prende vita e quindi ne dipende, come succede appunto agli specchi deformanti, ma che pretende e afferma la sua totale autonomia, altrettanto libera nella sua gratuità. Si pensi, ad esempio, all'uso delle espressioni grafiche onomatopeiche di cui abbondano le tavole jacovittiane. Al tradizionale SDENG, Jac sostituisce CAZZOTTTTON!: simile è il codice convenzionale, ma vuoi mettere la carica straniante, e per questo comicissima, del neologismo rispetto al modello ormai scontato e usurato? E per giunta, attraverso un processo di "italianizzazione forzata" che tende a limitare e demistificare lo strapotere americano nel campo dei fumetti. Per non parlare poi delle invenzioni grafiche basate sulle ambiguità dell'idioma che danno vita a inediti calembours visivi: in una storia troviamo il cav (che è metà di un cavallo), il Bicammello (un cammello a quattro gobbe) e un gatto a nove code che è un autentico felino fornito di nove code e che afferrato per il collo serve a frustare gli schiavi egizi. La stessa carica di demistificazione, riduzione e traduzione Jacovitti la esercita nell'invenzione dei personaggi. Si pensi a Zorry Kid, capolavoro di invenzione comica sulla traccia dell'immarcescibile e un po' convenzionale Zorro, oppure al cattivo Zogar, doppio del molto più tradizionale Macchia Nera. Per non parlare della caterva di personaggi, capi indiani compresi, che parlano i più svariati dialetti italiani, come quel don Pedro Magnapoco, governatore "della cosa della California" e, a dispetto del nome, grasso come un maiale, che si esprimeva in perfetto napoletano. Le storie, poi, sono quasi sempre caratterizzate dall'uso sfrenato della parodia, arte in cui il genio italico eccelle soprattutto in teatro (Scarpetta che rifà D'Annunzio o Petrolini che volge in ridicolo una tragedia come l'Amleto) e al cinema (uno su tutti, Totò, ma anche Walter Chiari, il primo Tognazzi con Vianello, sino a Franchi e Ingrassia). Ecco quindi che alla schiera degli eroi perfetti, infallibili e super dotati, si contrappone l'universo, sterminato e compresso insieme, dei "comuni immortali" jacovittiani, uomini, bambini e salami. E lo stesso Jacovitti dichiara: "La mia comicità vuole essere quella delle torte in faccia del cinema muto. Fui, sono e sarò un clown". |
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