Avevo otto anni e per la prima volta mi fu permesso di andare
al cinema da solo. Ovviamente andai al cinema più vicino a casa : il cinema Augustus a Corso Vittorio Emanuele, uno dei pochi che ha conservato, pur essendosi trasformato in multisala, il suo nome antico. Quella prima volta mi fu fatale perché vidi Fifa e arena, il film che dette a Totò, a 50 anni, il grande successo cinematografico. Un successo che fu sempre crescente e che lo indurrà ad abbandonare il suo amato teatro. Fu proprio quel giorno di 50 anni fa che diventai un totoista. Per capire che cosa succedeva nelle sale quando si proiettava un film di Totò, bisogna vedere il film di Tornatore Nuovo Cinema Paradiso. Noi ragazzi, anzi noi totoisti, entravamo alle due, al primo spettacolo e rimanevamo fino alle otto e alla terza proiezione sapevamo già il film a memoria tanto che ripetevamo le battute in coro, insieme a Totò. In una scena di Fifa e arena a tutti ben nota, Totò osserva la bella Isa Barzizza completamente nuda, attraverso un acquario dove nuota un pesce che gli impedisce di ammirare la parte più interessante del corpo femminile. Totò seccato se ne esce con una battuta esilarante: "questo pesce deve essere democristiano". Per queste battute, perché guardava nella scollatura delle signore, perché osservando una donna chinata diceva con aria pensosa "questo viso non mi è nuovo", Totò era considerato scollacciato e nella classificazione del Centro Cattolico Cinematografico, che veniva affissa nelle parrocchie, i suoi film, che oggi consideriamo innocenti, finivano per essere sempre "esclusi" o riservati agli "adulti maturi". Forse fu per questo che molti ragazzi di allora, compreso il sottoscritto, i quali avevano scoperto che i film esclusi erano i più belli e i più interessanti, si avvicinarono a Totò. E diventarono ben presto un esercito che si ingrandiva sempre più.

          Su Totò esistono due pregiudizi assolutamente falsi che io ho tentato più di una volta, anche in sedi di grande audience come la televisione, di sfatare, ma temo senza risultato. Primo pregiudizio : la grandezza di Totò è stata riconosciuta soltanto dopo la sua morte. E l'esercito dei totoisti ? E gli incassi favolosi dei suoi film con il quale si può dire abbia mantenuto buona parte del cinema italiano, dove li mettiamo ? Il risultato di uno studio fatto dal giornale dell'Agis tempo fa è stato ampiamente divulgato : Totò con i suoi film del dopoguerra fece incassare una cifra che riportata al valore attuale della lira e al costo attuale del biglietto è vicina ai 2.500 miliardi. Possiamo quindi arguire che molti capolavori immortali (come Ladri di biciclette o Umberto D) che non incassarono al botteghino, furono prodotti con i guadagni procurati da Totò.

          Secondo pregiudizio : Totò non è stato tenuto nella considerazione dovuta dalla critica e dalla cultura del suo tempo. La critica, se si intende per critica, quella militante dei quotidiani, probabilmente sì. Ai suoi film mandavano quasi sempre il Vice. " Ma chi è questo Vice che scrive su tutti i giornali e che ce l'ha con me ? " diceva Totò. Ma i grandi critici come Flaiano, come Sandro De Feo o come Nicola Chiaromonte la pensano in maniera diversa. Come pure i grandi intellettuali che si mostrano addirittura entusiasti di Totò. Il primo ad accorgersi di questo fenomeno fu Achille Campanile, il quale arrivò a dichiarare che Totò era più grande di Chaplin. Poi venne Cesare Zavattini che fu si può dire uno dei suoi scopritori. Ma ce ne sono molti altri, come Ennio Flaiano, come Aldo Palazzeschi, come Mario Soldati, come Pier Paolo Pasolini.

          Dopo la morte di Totò ci furono alcuni anni di oblio, ma poi l'esercito dei totoisti rialzò la testa. Il revival di Totò, che oggi ha raggiunto dimensioni universali, cominciò, paradossalmente, il giorno della sua morte, quando il capo guappo del rione Sanità di Napoli pretese di bissare il funerale che si era tenuto alla chiesa del Carmine, perché si doveva mettere riparo allo sgarbo che era stato fatto al rione dove Totò era nato. Mandò a prendere i famigliari a Roma e fece ripetere il funerale ad una bara vuota in una chiesa del Rione Sanità, trenta giorni dopo il funerale vero a cui partecipò quasi tutta Napoli in un clima di follia e di delirio collettivo. Il furgone che trasportava la salma da Roma fin dall'uscita dell'autostrada, procedette in mezzo a due ali di folla che si infittiva sempre più mano a mano che si approssimava alla chiesa del Carmine. A Nino Taranto, che aveva organizzato il funerale, un popolano gridò : "Nun te preoccupa' che quando mori t'o facimmo pure a te !" E nella piazza il furgone che trasportava il feretro procedette a stento tra la folla immensa che applaudì a lungo il suo Totò, come ad una 'prima' teatrale. Continuò negli anni successivi, quando alcuni cinema di Milano e di Roma presero a programmarne i film (a Roma il Mignon continuò a farlo per anni). Poi arrivarono i libri, gli studi, le tesi di laurea e la celebrazione accademica di questo scugnizzo senza nome che ha frequentato soltanto la scuola del vicolo e delle tavole del palcoscenico. Dall'inizio degli anni Ottanta le televisioni, pubblica e private, hanno sottoposto a sfruttamento intensivo i suoi film, che alla ventesima trasmissione, anche i più scadenti, ottengono gli stessi alti indici di ascolto. Totò unico, inimitabile e anche indistruttibile. Ma perché a lui è successo ciò che non è successo neppure a Charlie Chaplin né alla coppia Stan Laurel e Oliver Hardy e neppure ai film di Walt Disney la cui riproposta è sapientemente dosata? Perché Totò è un grande, immenso comico? Perché è una maschera moderna e inimitabile? Tutto ciò non basta a spiegare il fenomeno.

         In tanti anni di studio ho cercato di darmi delle risposte ma la più convincente è quella della arcaica italianità di Totò che lo connota presso le generazioni (ora cominciano ad essere maggioranza) che non lo hanno vissuto, al di là della storia e dello spazio. Tanto che questa marionetta disarticolata ma ancora di più quest'omino sbucato fuori dagli anni della ricostruzione del nostro Paese e del boom economico, è diventato agli occhi degli spettatori di oggi - che non riconoscono neppure come familiari quei luoghi, quelle città, quelle automobili, quei vestiti, quegli stessi volti - un personaggio universale, metastorico e metageografico. Ma nello stesso tempo sentono che appartiene alla loro cultura alle loro tradizioni, alla loro storia. Un personaggio che nasce dalle ceneri della marionetta protagonista delle farse più scatenate (tipo Totò Tarzan, Fifa e arena, Totò a colori...) e che in Guardie e ladri (del 1951) abbandona la divisa da comico (la sciammeria, i pantaloni a zompafosso e la bombetta) per vestire i panni dei personaggi che gli vengono suggeriti dalla realtà. La svolta fu obbligata dall'età che avanzava e dalla semicecità che lo afflisse negli ultimi dieci anni della vita, per cui si trovò a inventare e a costruire un personaggio di grande significato: quello dell'italiano che viene da un mondo arcaico, preindustriale e preconsumistico e che deve inserirsi (e soprattutto sopravvivere) in un mondo a rapida trasformazione, che non capisce e non condivide. E lo fa usando la saggezza che gli deriva dagli avi che "hanno fatto la lotta con la vita" e che gli hanno segnato i cromosomi e, soprattutto, ritorcendo contro il potere il suo stesso linguaggio, infarcito di oscure frasi fatte, di latinorum. E' quando si misura, in coppia con Peppino De Filippo, con il mondo del potere che Totò tira fuori le unghie e mostra tutte le sue armi.
I personaggi di Totò e Peppino, infatti, il mondo in cui vivono non lo capiscono neppure, sembra che siano scesi da poco in città, dalla campagna oppure dai vicoli napoletani dove la gente dorme nei 'bassi' ma praticamente vive sulla strada, in una specie di teatrino perenne, per ritrovarsi in un posto dove invece si vive isolati. Dove, per mantenere la propria condizione sociale, bisogna comprare assolutamente certe cose, dove bisogna ogni tanto fare una domanda in carta bollata, riempire un modulo per rispondere a domande scritte, in una lingua assolutamente incomprensibile, in cui bisogna farsi largo a gomitate per non lasciarsi sopraffare o soltanto per sopravvivere. Dal contrasto fra la loro cultura di origine e la cultura della società di massa in cui vogliono inserirsi scaturisce la loro comicità irresistibile e dirompente. Nel nostro cinema c'è un altro attore-personaggio che può essere accostato a Totò, ed è Alberto Sordi, che in un certo senso si connota come l'italiano medio che appartiene alla generazione che sta facendo il miracolo economico e che del miracolo economico vuole essere protagonista. Totò, invece, cerca di sottrarsi agli schemi della nuova civiltà o, almeno, a limitare i danni, passando da vittima predestinata a carnefice, da distrutto a distruttore. E il pubblico, soprattutto quello di recente acquisizione, sta dalla sua parte e ammira estasiato il suo modo di combattere, senza arrendersi mai, in una progressione di tocchi e di ritocchi, di ammesso e non concesso, di ogni limite ha una pazienza. Coloro che in qualche maniera hanno dovuto subire la rivincita di Totò cercano di limitarne il valore affermando che i suoi film migliori sono quelli che fece con Pasolini. Ma il pubblico continua ad amare il Totò che la critica chiamava con disprezzo 'quello delle totoate', perché capisce che è quello il Totò che appartiene alla loro cultura, alle loro tradizioni, alla loro storia. Sente che nel passato di questa strana Italia, così profondamente cambiata, c'è anche questo Italiano, questa Marionetta e questo Omino, tenero e cattivo, dolce e vendicativo, ignorante e saggio, vincitore e vinto.
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