E' curioso vedere come Ugo Tognazzi, considerato l'intero arco della sua carriera, possa essere considerato l'archetipo del Comico in tutti i suoi aspetti.

Se il Comico è "un fanciullo eversivo che gioca" - come lo definì Baudelaire - viene da pensare al primo Tognazzi, pazzo e sgangherato: l'allegro animale notturno degli anni dell'avanspettacolo e della rivista, il vitalissimo partner di Vianello nei film demenziali, alla ricerca della rottura del piano di normalità tipica del gioco comico. Quello che invece di scrivere conti del salumificio scrive rime: " la vita è tanto bella, salamino e mortadella"… Quello che inventa "l'accavallatore"… Quello che fa "l'intagliatore di troncio della Valclavicola"… Quello che si traveste da mondana (e Vianello da mondina: grandiosi entrambi!)…

Se invece il Comico è colui che analizza la realtà e sa far pensare attraverso il divertimento - come diceva Bergson, adombrando quasi un uso sociale della comicità - sembra che si parli del secondo Tognazzi: il gioco del fanciullo si fa più pesante, la risata viene dal grottesco di una situazione, più che dallo sberleffo o dalla gag. Quel Tognazzi, che passa dalla macchietta al personaggio nella commedia all'italiana, che incarna alla grande pregi e difetti dell'italiano medio anni Sessanta… Quello che si veste da federale e quello che ci "mostra i mostri", che siamo diventati tutti, per cinismo, insensibilità e opportunismo… Quello che sposa la donna scimmia e quello che mette la bomba al grattacielo…

Se poi il Comico è sinonimo di umorista - che Pirandello definiva come colui che ha il sentimento del contrario - eccoci al terzo Tognazzi: l'umorista sottile e malinconico, che sorride più che ridere e comunque fa ridere amaro… Quello dell'elegia alla maionese che, poverina, impazzisce… Quello della rissa in cucina con Gassman e della grande abbuffata… Quello che balla il tip tap sul tavolo e quello che molla ceffoni ai viaggiatori del treno… Quello che dirige un'orchestra di cuochi e quello che bacia la Vanoni che va a morire…

Tre definizioni che potrebbero riguardare tre attori diversi, ma Ugo si può dire che sia stato uno e trino, anzi multiplo:
un innamorato del lavoro che si portava i copioni a casa e li leggeva a moglie e figli, rifacendo le scene, provando e riprovando;
un perfezionista che portava i suoi tic e le sue manie dentro i personaggi; un tipico commediante all'italiana, che però andava cercando i mezzi toni più che la macchietta facile;
uno che si è andato affinando tutta la vita, rivendicando il "diritto alla cazzata" - come lo chiamava lui - ma scegliendo di fare il regista e rischiando la propria fama e anche i propri denari, pur di realizzare dei film che altrimenti non avrebbe mai potuto interpretare;
uno che gli ultimi anni è tornato al teatro per dimostrare a se stesso e al pubblico di essere attore completo e di reggere anche il confronto con autori come Pirandello e Molière.

Un Comico nato, insomma, di quelli che sanno vedere il mondo alla rovescia o il rovescio del mondo; che rideva e faceva ridere, per mestiere e in privato; che ci ha fatto riflettere senza annoiarci mai.

Chissà quanto riderebbe a leggere tutto questo! E forse direbbe - come nel film Primo Amore: "A me i ricordi fanno girare i coglioni…" oppure "La definizione la diano gli altri, tanto non sono mai d'accordo!"




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